Petrolio: guerra dei prezzi, Opec e il nemico chiamato shale oil

Scritto il alle 16:29 da Redazione Finanza.com

Shale oil o “olio di scisto” per chi preferisce la versione italianizzata. Dietro la guerra dei prezzi nel mercato del petrolio c’è non troppo velatamente la voglia di contrastare il fenomeno dello shale oil che sta portando gli Stati Uniti a pervenire alla piena autonomia energetica.
Dietro la decisione dell’Opec di mantenere la produzione inalterata a 30 milioni di barili al giorno nonostante le forti pressioni per una riduzione dell’output, che avrebbe permesso di tamponare la forte discesa dei prezzi dell’oro nero (-30% da inizio anno), c’è infatti anche l’intenzione di testare la tenuta del fenomeno shale oil.

La sfida dell’Opec
L’Opec probabilmente non sono più in grado di dettare il ritmo dei prezzi come in passato, ma probabilmente le priorità strategiche vanno oltre le esigenze del momento. La mossa dell’Opec può essere infatti interpretata come un tentativo di mostrare i muscoli e vedere che effetti può avere un mini-petrolio sulla produzione shale negli Stati Uniti. L’Opec, l’Arabia Saudita in primis, ha deciso di stare alla finestra per altri 6 mesi prima di muoversi, provando (anche a proprie spese) a mettere sotto pressione i margini dei produttori statunitensi di olio di schisto. E dello stesso parere sembra essere la Russia. “L’OPEC ha preso la decisione più logica che poteva – rimarca Emmanuel Painchault, Head of Commodities & Infrastructures at Edmond de Rothschild Asset Management – poichè tagliare la sua quota di produzione avrebbe significato dare un assegno in bianco più a lungo per i produttori di olio di scisto”. Ieri non si è quindi consumata la fine dell’OPEC come alcuni osservatori del mercato scrivono oggi – prosegue Painchault – ma è solo la conferma che l’ordine del giorno del cartello dei paesi esportatori è orientato più nel lungo termine rispetto a quanto i mercati pensano“.

Gli effetti secondari della discesa dei prezzi
Prezzi stabilmente molto bassi, sotto la soglia dei 70 dollari al barile bucata al ribasso ieri, potrebbero azzerare i margini dei produttori di shale oil mettendo quindi a rischio la rivoluzione energetica in atto negli Stati Uniti. Già sotto la soglia degli 80 dollari al barile la produzione shale rischia di essere in perdita per molte società statunitensi attive in questa tipologia di estrazione e la persistenza di tali condizioni di prezzo potrebbe innescare una contrazione della produzione.
Il numero uno del colosso russo Rosneft, Igor Sechin, si è addirittura spinto a prevedere un calo dei prezzi in area 60 dollari al barile nella prima metà del 2015, livello che potrebbe essere ritenuto ancora accettabile da Mosca.

Shale oil: potenzialità e limiti
L’estrazione dello shale oil, ossia l’estrazione da roccia argillosa che imprigiona al suo interno petrolio, rappresenta la nuova frontiera per abbattere i tempi di estrazione e andare a soddisfare la domanda energetica della prima economia mondiale. Una tecnica di estrazione criticata dagli ambientalisti e che promette di svilupparsi con decisione anche fuori dagli Stati Uniti con Paesi quali Argentina, Russia e Algeria che hanno già individuato importanti siti atti allo shale oil.
Grazie alla produzione shale oil gli Stati Uniti si apprestano a mettere la freccia di sorpasso ai danni di Russia e Arabia Saudita per diventare il primo produttore mondiale di petrolio e andare a grandi passi verso una completa autonomia energetica. L’aumento della produzione di petrolio da fonti non convenzionali permetterà di colmare il gap tra la domanda petrolifera mondiale e la produzione di petrolio convenzionale.
Lo shale oil potrebbe però rivelarsi una rivoluzione solo di breve-medio periodo. L’IEA però ha stimato però che a partire dal 2025 la produzione non-Opec inizierà a scendere e allora sarà necessario un aumento sostanziale della produzione di petrolio del Medio Oriente per fronteggiare l’aumento della domanda globale, visto nell’ordine di un terzo in più da qui al 2035. In tal senso Roberto Cominotto, gestore del JB Energy Transition Fund, Swiss & Global AM, ritiene improbabile che il “nuovo petrolio” sancisca la fine dell’era dei prezzi elevati. “Una caratteristica sostanziale del petrolio shale è infatti il suo elevato tasso di esaurimento. Il rapido esaurimento delle potenzialità estrattive costringe le aziende produttrici alla continua ricerca di nuovi pozzi nei quali investire per contrastare il declino dei volumi. Per mantenere la produzione stabile o in crescita c’è dunque bisogno di investimenti continui in nuove perforazioni per rimpiazzare i pozzi in esaurimento”, rimarca l’esperto di Swiss & Global AM.

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