TFR in busta paga? Ecco eventuali Pro e Contro

Scritto il alle 15:00 da Redazione Finanza.com

Dal segretario della FIOM Maurizio Landini arriva una proposta che ha lo scopo di aiutare le famiglie in difficoltà: permettere ai lavoratori che lo richiedono di riscuotere il TFR direttamente in busta paga senza attendere la fine del rapporto di lavoro. In realtà l’idea non è nuova perché già Tremonti, ai tempi in cui presiedeva il dicastero dell’Economia, aveva prospettato una simile possibilità per aiutare le famiglie ad avere maggiori possibilità di spesa.

Spiega Landini che spesso le famiglie hanno bisogno dei soldi del TFR durante il periodo lavorativo per portare avanti progetti di vita e non ne hanno bisogno, invece, quando vanno in pensione e per questo dovrebbe essere data ai lavoratori la possibilità di scegliere.

Di sicuro questo può essere un metodo per aiutare le buste paga a crescere e dare potere di acquisto alle famiglie ed in tal senso può essere anche una buona prospettiva per i conti dello Stato che beneficerebbero di un impulso maggiore ai consumi.
Il TFR in busta paga, inoltre, offrirebbe una tutela a tutti quei lavoratori che lo hanno bloccato nei vari fondi che sono poco remunerativi, in questo caso poter accedere permetterebbe di fare strategie mirate di investimento, ad esempio, attraverso dei buoni fruttiferi postali indicizzati all’inflazione.

Non mancano però gli svantaggi.
E’ vero che il TFR trattenuto attraverso l’azienda o l’INPS può essere anche considerato un prestito forzoso e quindi il lavoratore potrebbe pretendere la corresponsione, ma il vincolo non è privo di svantaggi, infatti, in base all’articolo 2120 del codice civile, il trattamento di fine rapporto deve essere rivalutato in misura di 3/4 dell’inflazione (75%) a cui si aggiunge 1,5% annuo.
E’ stato calcolato che tenere il TFR presso l’azienda o presso l’INPS assicura al lavoratore un rendimento netto che oscilla tra il 2,2% e il 2,9% ogni anno e questo rende tale scelta più remunerativa di altre forme di investimento. Non bastasse ciò, il potere di acquisto è preservato anche nel lungo periodo e riesce a tutelare fino ad un’inflazione media del 7% per 30 anni. In parole povere, se anche vi dovesse essere un’inflazione del 7% per un lungo periodo, il trattamento di fine rapporto comunque conserverebbe il potere di acquisto grazie alla rivalutazione prevista per legge.
Un altro possibile svantaggio potrebbe essere rappresentato dalla tassazione: oggi il trattamento di fine rapporto ha una tassazione di favore rispetto ai normali redditi di lavoro, nel caso in cui lo stesso fosse trasferito in busta paga sarebbe difficile, o comunque improbabile, che sia mantenuta la stessa tassazione. Il rischio quindi è di avere una decurtazione per imposizione fiscale maggiore rispetto a quella che si avrebbe riscuotendo il tutto alla fine del rapporto di lavoro.
Ulteriore svantaggio si ha anche per le imprese che comunque hanno sempre utilizzato il TFR dei dipendenti per fare degli investimenti.

Intanto la proposta non è passata inosservata perché anche Corrado Passera, leader di Italia Unica, ha affermato che, dare agli italiani una mensilità in più rinunciando a trattenere la liquidazione, potrebbe essere un ottimo impulso all’economia e ridare fiato alle famiglie. Ciò aiuterebbe l’economia che potrebbe beneficiare di 25 miliardi di euro in più che sarebbero sicuramente dirottati sui consumi. Precisa Passera che comunque occorre valutare anche l’impatto sulle aziende.

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