Tobin Tax, a pagare non è la speculazione straniera ma il sistema Italia

Scritto il alle 12:51 da Redazione Finanza.com

Di seguito pubblichiamo alcuni punti emersi nel corso della tavola rotonda organizzata da IFMA lo scorso 9 novembre al Palacongressi di Rimini e avente al centro del dibattito gli effetti dell’entrata in vigore dall’1 gennaio 2013 della Tobin Tax italiana. La redazione e la struttura di Brown Editore sostengono la visione, il lavoro e la preoccupazione per il sistema Italia registrato nell’analisi dell’Italian Financial Markets Advisors.

Il vessillo anti-speculazione del Governo Monti si chiama Tobin Tax, tuttavia la proposta di legge contenuta nel discusso Decreto Stabilità sembra più un vessillo anti-italiani. Sono infatti molti gli elementi di preoccupazione per l’intero sistema Paese inseriti nella norma.

Chi pensa che la proposta di legge sia uno strumento atto a disincentivare la speculazione forse sottovaluta alcuni elementi. In primis vi è un dato di fatto: a circa un anno dallo sbarco in Parlamento del tecnico Mario Monti, e dunque dai massimi dello spread tra Btp e Bund toccati nel novembre del 2011, il Premier non si è di certo preoccupato di mettere al sicuro dagli attacchi della speculazione i Titoli di Stato della Repubblica. La Tobin all’italiana infatti non annovera le obbligazioni di Stato tra gli strumenti colpiti dalla norma. Si potrebbe pensare a un trattamento di riguardo riservato agli investitori italiani, da sempre tra i principali acquirenti di questa asset class. Oppure, maliziosamente, si potrebbe pensare a un regalo ai grandi fondi hedge, prevalentemente di matrice anglosassone, autorizzati dalla proposta di legge in discussione in Parlamento a mettere sotto pressione i nostri titoli di Stato a loro piacimento senza la necessità di dover pagare alcuna tassa aggiuntiva.

Anzi, gli speculatori stranieri potrebbero iniziare a sentirsi a casa. E già, perché lo stesso Governo stima un crollo degli scambi nell’ordine del 30% per la parte azionaria e dell’80% per quella legata ai derivati. Ma non saranno gli stranieri a venire meno, ma gli italiani.

Oltre al fatto che parlando di singole società, un prevedibile calo delle quotazioni e la possibile manipolazione del mercato che una riduzione della liquidità presente a Piazza Affari gioverebbe a delle Opa ostili sui gioielli dell’industria italiana, il Governo dimentica come questo scenario porterebbe alla sostanziale fine del sistema finanziario italiano. Con un semplice click di mouse, centinaia e centinaia di milioni di euro convergerebbero, per esempio, sulla piazza finanziaria di Londra.

Già ora la capitalizzazione di Borsa Italiana è ai minimi storici se messa in confronto con il Pil del Paese. Con l’introduzione della nuova legge farebbe scivolare Palazzo Mezzanotte nell’oscurità e nell’oblio totale. E cosa dire delle celeberrime IPO con cui lo Stato potrebbe fare cassa grazie al tanto sventolato piano di privatizzazione delle partecipazioni pubbliche? Quale investitore comprerebbe in fase di collocamento un titolo sostanzialmente illiquido sul mercato secondario? Come incentivarne l’acquisto? Con valorizzazioni in fase di vendita inferiori a quelle corrette e dunque con una perdita per tutta la collettività. Sempre che a quel punto non si decida di procedere a cessioni a fondi specializzati, ovviamente di stampo estero, capaci così di fagocitare al loro interno altri pezzi dell’economia tricolore.

Ma chi sono i temibili speculatori che Monti e il suo team tecnico ha deciso di vessare e colpire a suon di balzelli fiscali che sanno molto di semplice mossa populista in vista della prossima tornata elettorale? In un contesto assolutamente difficile sul fronte occupazionale, appesantito da lunghi mesi di crisi internazionale e da un’economia nazionale nelle migliori delle ipotesi stagnante, la risposta è molto semplice: le aziende italiane.

Ogni società del Made in Italy, e dunque per definizione certamente non uno squalo dei mercati, sarà penalizzata da questa tassa ogni qualvolta decida di proteggere le proprie attività dalle oscillazioni dei prezzi del cambio o delle materie prime. Saras non vuole correre il rischio che le fluttuazioni del prezzo del petrolio incidano sui risultati e sulle prospettive della società? Dovrà pagare la Tobin Tax su ogni contratto che oserà chiudere. Oppure, per non pagare la tassa rubando così preziose risorse economiche al proprio core business, potrà decidere di rimanere alla mercè degli speculatori veri. E l’azienda che vende piastrelle in Canada ma non vuole vedere i propri ricavi appesantiti dalle fluttuazioni del cambio? Anche per lei una bella tassa sulle transazioni finanziarie. Forse è un modo per avvicinare imprenditori e lavoratori: loro, speculatori come nemmeno Gordon Gekko, la Tobin la troveranno in dono con il loro mutuo a tasso variabile ma protetto dal Cap.

Gli esempi potrebbero essere numerosissimi, solo a titolo esemplificativo non si è parlato dell’aumento del costo di finanziamento che pagherebbero le aziende italiane o delle pressioni inflattive che questo incremento di aliquota causerebbe. Il punto unico è: ma perché si sta facendo questa cosa? Certamente non è per colpire la speculazione internazionale, così come altrettanto certamente a pagare saranno gli italiani. Ma non gli speculatori del Bel Paese: per loro le possibili vie di fuga potrebbero essere numerose e a portata di click.

Parliamo invece degli investitori normali, i padri di famiglia, i capitani d’impresa, le aziende stesse che hanno investito nel Paese le loro risorse. Saranno loro a pagare e il conto sarà molto salato. Più del miliardo di euro che questa decisione populista mira a raccogliere.

Nel ricordare ai fautori dalla Tobin Tax che l’Italia sta varando, volutamente in anticipo sui colleghi europei, la legislazione in assoluto più dura a livello mondiale in materia, la domanda finale su cui riflettere è questa: ma siamo davvero convinti che alla fine il Governo raccoglierà con la sua cara Tobin Tax il miliardo di euro messo a budget? La politica del saldo zero sbandierata al fine di scongiurare cambiamenti della norma forse non tiene conto dell’uguaglianza: niente scambi, niente gettito. Solo tanti limiti al sistema Italia e un grande regalo alla speculazione internazionale.

Riccardo Designori

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1 commento Commenta
neropece
Scritto il 12 novembre 2012 at 14:19

Grazie per il tuo articolo, a nome di tutta l’IFMA ^_^

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