Dollaro statunitense e Aussie per approfittare del possibile indebolimento dell’euro

Scritto il alle 19:05 da Redazione Finanza.com

Per ora la crisi greca va in archivio. Incassato il prestito ponte da 7,16 miliardi di euro, Atene lo ha quasi totalmente girato alla Banca centrale europea e al Fondo monetario internazionale per saldare i debiti in scadenza e quelli scaduti. Si torna quindi finalmente a parlare di fondamentali. Da un lato c’è l’economia europea, alle prese con l’incubo deflazione, con un tasso di crescita destinato a confermarsi debole e, conseguentemente, con una politica monetaria mai stata tanto espansiva. Dall’altro ci sono gli Stati Uniti che, rinfrancati dalle indicazioni in arrivo dal fronte macro, si apprestano ad alzare, già probabilmente nel corso della riunione in calendario a settembre, il costo del denaro.

Nonostante ci si attenda un ritocco di facciata, i tassi dallo zero degli ultimi anni sono visti in aumento di 25 punti base, è il segnale che la Federal Reserve vuole mandare ad essere importante: l’era dei tassi a zero è finita, è ora di normalizzare il costo del denaro. Secondo diversi analisti, nei restanti mesi del 2015 potremmo anche assistere a due incrementi dei tassi sui Fed Funds. Non sorprende che in questo scenario l’indice del dollaro ieri si sia portato ai massimi da tre mesi e l’eurodollaro sia stato spinto a livelli che non si vedevano da maggio di poco sopra quota 1,08.

La moneta unica è vista debole anche rispetto a quelle monete, come il dollaro australiano (in genere soprannominato aussie), che possono godere di fondamentali macro decisamente più solidi. Con una crescita economica superiore al 2% la terra dei canguri doppia Eurolandia, il tasso di inflazione in Australia si attesta sopra l’1% mentre nel vecchio continente si conferma in quota zero e il tasso di disoccupazione, al 6% in Australia, è in doppia cifra in Europa. Discorso simile può esser fatto per quanto riguarda il costo del denaro visto che nonostante in entrambi i casi si parli di politiche monetarie espansive il confronto tra le misure messe in campo dalle rispettive banche centrali è impietoso: in Europa il tasso benchmark è in quota zero (0,05%) e la Bce tramite il quantitative easing sta utilizzando l’artiglieria pesante, in Australia, nonostante sia sceso di 275 punti base dal novembre del 2011, il costo del denaro è ancora in quota 2%.

È possibile sfruttare il possibile movimento ribassista dell’euro rispetto a USD e AUD tramite l’investimento in obbligazioni denominate in valuta estera che rappresentano un’interessante alternativa di impiego per gli investitori alla ricerca un extra-rendimento rispetto ai titoli di Stato dell’Eurozona e intenzionati ad implementare una diversificazione valutaria del proprio portafoglio. Da inizio mese l’offerta delle Obbligazioni Collezione di Banca IMI si è arricchita di due nuovi prodotti. La banca d’investimento di Intesa Sanpaolo ha quotato sul MOT e sull’EuroTLX due nuove obbligazioni a tasso fisso della gamma Collezione: la prima è emessa in dollari statunitensi (Banca IMI Collezione Tasso Fisso Dollaro USA Opera VI, Isin: XS1251080088) mentre nella seconda la valuta di emissione è rappresentata dal dollaro australiano (Banca IMI Collezione Tasso Fisso Dollaro Asutraliano Opera V, XS1251080831).

In entrambi i casi l’andamento del cambio tra l’euro e il dollaro statunitense e tra l’euro e il dollaro australiano rappresenta un elemento capace di influenzare sia l’entità dei flussi periodici sia l’ammontare del capitale finale, visto che un rafforzamento di USD e AUD è destinato ad incrementare il rendimento totale appannaggio dell’investitore.

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