Uscire dall’euro? Ecco alcuni miti da sfatare su convenienza ritorno alla lira

Scritto il alle 17:46 da Redazione Finanza.com

Beppe Grillo, a poco più di un mese dall’appuntamento delle elezioni europee, ha rilanciato sul suo blog la legittimità di un referendum sull’uscita dell’Italia dall’euro. Euroscetticismo che serpeggia non solo nella campagna elettorale del Movimento 5 Stelle, ma anche in seno a partiti quali la Lega e Fratelli d’Italia e in maniera un po’ più velata in Forza Italia.

Movimenti anti-euro che in tutta Europa poggiano sul malcontento verso Bruxelles e le sue politiche percepite troppo distanti dalle esigenze dei cittadini. In Italia poi diversi schieramenti politici fanno leva sul difficile contesto sociale con disoccupazione record e crisi economica che rendono i cittadini ancora più insofferenti verso le rigidità imposte dall’Europa.

Spesso però le argomentazioni a favore dell’uscita dall’euro e un ipotetico ritorno alla lira poggiano su basi non proprio solide. Angelo Bagnoli, docente di Economia Politica presso l’Università Cattolica di Milano, ha cercato di fare chiarezza in un articolo pubblicato su Lavoce.info che parte da alcune affermazioni “rappresentative” della corrente di pensiero anti-euro cercando di capire perché esse non sono corrette e cosa invece ci sia di vero in alcune di esse.

Ecco l’analisi di Bagnoli su Lavoce.info circa sei affermazioni ricorrenti sull’uscita dall’euro:

1) L’uscita dall’Euro può essere fatta nel giro di un week-end.
FALSO. La fase di transizione sarebbe molto difficile e rischiosa: in previsione dell’uscita dall’Euro, vi sarebbero forti spinte alla fuga di capitali all’estero, dettate dal timore di vedere i propri risparmi convertiti in una moneta destinata a svalutarsi. Per gestire la situazione occorrerebbe introdurre vincoli ai movimenti di capitale e probabilmente anche alla possibilità di ritirare denaro dalle banche. Questi vincoli dovrebbero durare per tutto il periodo necessario a convertire i sistemi informativi e contabili delle banche alla “nuova lira”, oltre che per introdurre le nuove banconote e monete. Ricordiamoci che l’euro è stato introdotto con un periodo di transizione di tre anni (1999-2001), durante il quale vi è stata una sorta di doppia circolazione di euro e lira, per quanto riguardava la moneta bancaria (in pratica per tutti i tipi di pagamenti tranne le banconote e le monete, che sono state introdotte all’inizio del 2002).

2) L’uscita dall’Euro ci consentirebbe di aumentare produzione e occupazione, grazie alla svalutazione e al conseguente aumento di competitività.
FALSO, AL DI LA’ DEL BREVE PERIODO. È vero che l’impatto immediato della svalutazione sarebbe un guadagno di competitività. Tuttavia, esso sarebbe presto compensato dalla ripresa dell’inflazione, dovuta alla svalutazione della “nuova lira”: la spirale svalutazione-inflazione è un fenomeno che l’Italia conosce bene, alla luce dell’esperienza degli anni Settanta-Ottanta. Inoltre, l’Italia subirebbe molto probabilmente ritorsioni commerciali dagli altri paesi, che non starebbero a guardare inerti di fronte alla perdita di competitività conseguente alla rivalutazione della loro moneta rispetto alla “nuova lira”. Bisogna anche considerare le conseguenze per lo scenario macroeconomico europeo. L’uscita dell’Italia dalla zona euro comporterebbe la fine della moneta unica: partirebbe subito la speculazione contro i paesi destinati a seguire le sorti dell’Italia. La perdita di fiducia e la fuga di capitali dall’Europa getterebbero il continente in una pesante recessione, che investirebbe anche il nostro paese.

3) La conversione dei titoli pubblici nella nuova lira, svalutata, alleggerirebbe il peso del debito pubblico.
FALSO. Nell’ipotesi migliore, quella in cui tutto il bilancio pubblico venga ridenominato nella nuova lira, l’operazione sarebbe neutrale: tutte le entrate e le uscite del settore pubblico sarebbero in lire; in particolare, teniamo presente che tutti i redditi e i patrimoni, che sono la base imponibile che fornisce il gettito fiscale necessario per ripagare il debito, sarebbero in lire. Nell’ipotesi peggiore, in cui alcuni titoli di stato (emessi sui mercati internazionali) non possano essere ridenominati, il peso del debito pubblico aumenterebbe, perché parte di esso resterebbe in euro e si rivaluterebbe rispetto alla nuova lira (in pratica sarebbe un debito in valuta estera, destinata a rivalutarsi rispetto alla valuta nazionale). In aggiunta, questo problema riguarderebbe tutti i soggetti (imprese e banche), che hanno debiti verso soggetti esteri: il contenzioso sarebbe enorme, e in caso di esito sfavorevole alcuni di loro potrebbero ritrovarsi con un debito in valuta estera rivalutata, con un danno economico potenzialmente notevole.

4) La politica monetaria tornerebbe nelle mani della Banca d’Italia, e questo consentirebbe di “monetizzare” il debito pubblico.
VERO, MA… È vero che ci riprenderemmo la sovranità monetaria, e che la nostra banca centrale potrebbe comprare titoli pubblici, comprimendo così il costo del servizio del debito. È anche vero però che se la Banca d’Italia non fosse d’accordo con questa linea di intervento, il governo dovrebbe imporsi su di essa, limitandone fortemente l’autonomia, valore ritenuto da tutti importante per una banca centrale. Ma, soprattutto, la soluzione della monetizzazione ha almeno due controindicazioni. 1) L’aumento della quantità di moneta finisce prima o poi per esercitare una pressione inflazionistica: non è un problema attuale, ma potrebbe esserlo in futuro, soprattutto in uno scenario di spirale svalutazione-inflazione. 2) La “valvola di sfogo” della monetizzazione ha un ovvio effetto di azzardo morale: quale governo sarebbe indotto a tenere sotto controllo i conti pubblici, se sa che può sempre imporre alla banca centrale di comprarsi i titoli del debito pubblico?
Al di là di queste obiezioni, bisogna ricordare che l’acquisto di titoli pubblici (sul mercato secondario) è già attualmente previsto tra gli strumenti a disposizione della Bce (con il programma Omt), ed è già stato attuato, seppure in misura molto limitata (con le operazioni del Smp). Tuttavia, su questo fronte la Bce è costretta a muoversi con molta prudenza, scontrandosi contro la resistenza tedesca. Una delle ragioni di queste tensioni deriva dal fatto che, in caso di intervento, la Bce sarebbe costretta a comprare titoli di stato di singole nazioni, prestando così il fianco a chi la accusa di favorire alcuni governi (altamente indebitati). L’azione della Bce sarebbe facilitata se esistesse un debito federale (come negli Usa), che essa potrebbe acquistare. Ma ciò presuppone un salto di qualità nel processo di integrazione, che ci porti ad avere un bilancio e un debito a livello di federazione europea. E questo ci porta al punto seguente.

5) L’euro è un progetto economico fallito.
FALSO. Anzitutto l’euro non è un progetto economico, bensì politico. L’euro è stato introdotto in un’area economica caratterizzata da scarsa mobilità del lavoro e un livello di integrazione fiscale molto basso (il bilancio della Ue è una piccola percentuale del Pil dell’area): era chiaro fin dall’inizio che non si trattava di un’area valutaria ottimale. La sfida dei “padri fondatori” dell’euro era quella di “forzare” i paesi europei a fare un salto verso una maggiore integrazione fiscale e politica. Questo progetto è rimasto incompleto. La soluzione è completare il processo che ci deve portare verso una vera federazione di stati europei, non abbandonare il progetto.

6) L’Europa è lontana dai suoi cittadini.
VERO. Le istituzioni comunitarie, a cominciare dalla Commissione, sono complesse e in larga parte sconosciute dai cittadini; sfornano regole sempre più difficili da comprendere, perfino per gli addetti ai lavori (si pensi alle regole sulla finanza pubblica: fiscal compact, two-pack, six-pack, semestre europeo, etc.). Bisogna fare un enorme sforzo per avvicinare le istituzioni europee ai cittadini: semplificarle e legittimarle democraticamente. Se i leader politici europei non sapranno investire in questa direzione, anche vincendo la prevedibile resistenza della burocrazia di Bruxelles, sarà difficile averla vinta sul populismo anti-europeo.

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3 commenti Commenta
gioc
Scritto il 5 aprile 2014 at 01:51

Cara Redazione nessuno può sapere con certezza quello che accadrebbe uscendo dall’euro. Si possono solo fare delle ipotesi ragionate. Invece con assoluta certezza sappiamo cosa accade a restarci dentro. Disoccupazione , austerità , suicidi, smantellamento dello stato sociale, perdita di sovranità nazionale etc. etc. Quanto pensate che si possa continuare così? L’illustre docente citato lo vede quello che sta succedendo in Italia e non solo in Italia? Li conosce i livelli di disoccupazione dei Paesi che secondo i fautori dell’euro stanno uscendo dal tunnel per uno 0.4% in più di PIL?

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carlopulvi
Scritto il 7 aprile 2014 at 14:32

L’euro è un progetto economico fallito. Per il semplice fatto che una moneta deve avere uno stato unitario che la governa e l’Europa in questo momento e per almeno i prossimi 20 anni, non lo è. Ad una moneta deve “contemporaneamente” corrispondere un popolo (non solo quello tedesco). La moneta deve essere governata sotto tutti gli aspetti e non, con molta miopia, guardando solo a tenere bassa l’inflazione. Forse sbagliano i 5 (cinque) premi nobel in economia che sostengono che l’euro sarà, a breve, la rovina degli stati periferici dell’Europa (in primis dell’Italia). Io poi, da grande ignorante, guardo ai fatti, ed i fatti, non degli ultimi tre mesi ma degli ultimi 5 anni, parlano molto…troppo chiaro. Noi ovviamente abbiamo fatto i nostri grandi sbagli ed abbiamo molte cose da “riformare”, ma appunto per questo non possiamo permetterci più di non potere svalutare la nostra moneta sottostando al volere e, soprattutto, interesse altrui. A casa mia si dice: questa è strada che non spunta. Buonasera.

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carlopulvi
Scritto il 7 aprile 2014 at 20:11

Poi non penso che i “padri fondatori” volessero “forzare” una unione politica tra gli stati europei. Se si vuole fare si faccia spontaneamente e subito…non si dovrebbe “forzare”. E questa è cosa risaputa; Gaetano Martino, il padre di Antonio Martino, ex ministro, disse (Giugno 1955) proprio questo: non può esistere una europa economica e monetaria senza fare prima l’Europa politica. C’era arrivato lui 60 anni fa a capirlo..e noi? Credo che a moltissimi piacerebbe una “vera Europa”, ovvero gli Stati Uniti d’Europa, ma non certo questo mostro che adesso è diventato e che sta mandando in miseria milioni di persone…così no, grazie. Sempre perchè sono ignorante, mi fate un esempio di moneta come l’euro che ha unito stati con economie diversissime tra di loro, che non ha rovinato nessuno e che poi è diventata la moneta di un vero “unico stato”? Io non ne conosco. Prima che le economie diventino “omogenee”, e ci vorranno decenni, alcune semplicemente…spariranno e noi siamo una di queste, non ci vuole molto a capirlo. Diventeremo il meridione d’Europa, così come lo è diventato dell’Italia lo stato borbonico dopo l’unità, trasformandosi da stato ricco a “periferia assistita”. Per non parlare poi del fatto che l’euro è una moneta a debito…ma ce ne fosse una giusta in questo “percorso” verso…il disastro. Stati (solo per fare alcuni esempi) come Inghilterra, Stati Uniti, Cina, stampano moneta 24 ore al giorno, sono ancora lì, hanno un debito (Stati Uniti e Inghilterra) ben superiore al nostro, nessuno fa tutti questi problemi e l’inflazione non se li è ancora mangiati. Hanno invece sicuramente potuto affrontare la crisi (non creata dall’euro) molto meglio di noi. Abbiamo provato, sbagliato e possiamo tornare indietro, fino a quando ne avremo la possibilità. Se un altro stato (vedi Irlanda, Spagna) dovesse uscire, allora sarà per noi troppo tardi.

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