Jobs Act: il commento tecnico del giuslavorista alla proposta di Matteo Renzi

Scritto il alle 15:29 da Redazione Finanza.com

Questo pomeriggio a Roma si terrà la Direzione nazionale del Partito Democratico dedicata alla riforma del mercato del lavoro. La base della linea politica del partito di maggioranza del Governo Letta sarà il Jobs Act proposto la scorsa settimana da Matteo Renzi. Tra i punti cardine della proposta avanzata dal neo Segretario del PD vi è l’avvio di un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti per i giovani, la semplificazione dei contratti di lavoro e la possibilità di ottenere un assegno universale in caso di perdita del posto di lavoro.

Per capire la reale fattibilità delle proposte di Matteo Renzi, Brown Editore ha contattato Fabrizio Daverio, avvocato giuslavorista socio fondatore dello Studio Legale Daverio & Florio. Lo studio è specializzato nel Diritto del Lavoro e nel Diritto della Previdenza Sociale e fornisce assistenza legale giudiziale e stragiudiziale in Italia e all’estero.

Iniziamo da una delle formule che maggiormente potrebbe agevolare i giovani, colpiti nel peggiore dei modi possibili negli ultimi anni dal mix di flessibilità all’italiana e crisi economica globale: la creazione di una formula contrattuale di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti per i giovani al primo impiego. “La proposta potrebbe avere un impatto positivo sul mercato del lavoro”, inizia la sua analisi Daverio, secondo cui però “bisogna attendersi che siano sollevati dubbi di legittimità costituzionale di un trattamento diverso a seconda dell’età”.

Analizzando invece l’impatto su chi potrà avvalersi della norma, gli effetti positivi sono tangibili e reali. A detta del giuslavorista “si consentirebbe infatti alle aziende di poter provare i giovani e al tempo stesso retribuirli”. Di fatto con questa modalità contrattuale si avrebbe un test fondamentale sia per il giovane, che in questo modo si potrebbe confrontare concretamente con il mercato del lavoro dovendo dimostrare la propria professionalità, sia per le aziende che avrebbero la possibilità di sondare contemporaneamente la sostenibilità economica dell’operazione nel corso del tempo e le reali competenze della nuova forza lavoro.

Certo, i punti nebulosi sulla proposta non mancano. “Un aspetto da sciogliere è come le aziende effettivamente utilizzeranno la norma”, evidenzia Daverio, secondo cui “i sindacati infatti potrebbero obiettare che il datore di lavoro ha in mano uno strumento per usare sempre i giovani a rotazione, senza garantire loro un inserimento effettivo e indeterminato nel tempo”.

Un aspetto comune a tutti i lavoratori, o meglio a tutti coloro che hanno perso il posto di lavoro, è la possibilità di poter ottenere un sostegno economico da parte del sistema di Welfare. Diversi schieramenti politici hanno ipotizzato la possibilità di corrispondere un assegno mensile ai disoccupati. Anche la proposta contenuta nel Jobs Act di Renzi va in questa direzione. “Per quanto riguarda l’assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, è impossibile non essere d’accordo, soprattutto se si analizza quanto attualmente siano complicate le misure di assistenza post-licenziamento in Italia”, incalza sull’argomento Daverio. Su questa possibilità tuttavia aleggiano diverse perplessità, così come evidenziato da più di un esperto della materie e dagli economisti: se da un lato sarebbe necessaria una grande semplificazione dell’iter assistenziale, dall’altro il dubbio maggiore è su come si potrebbe finanziare una misura simile e su come questa possa avere una reale fattibilità.

Dubbi di natura burocratica interessano anche la proposta dei corsi di formazione obbligatori per i disoccupati aventi diritto all’assegno di disoccupazione. “L’idea di per sé è buona ma è facile prevedere i rischi di speculazioni che ne farebbero automaticamente perdere l’efficacia”, enfatizza a riguardo il giuslavorista.

Sulla tanto dibattuta semplificazione delle norme prevista dal Jobs Act targato Matteo Renzi si gira però attorno ad un falso problema: è meglio fornire un’ampia gamma di forme contrattuali (apprendistato, lavoro intermittente, lavoro a progetto, lavoro a termine, tirocinio, ecc.) o al contrario è meglio proporre un unico modello (lavoro a tempo indeterminato)?

“La verità è che le forme giuridiche non creano posti di lavoro, che sono legati alla ripresa economica e alla fiducia degli investitori”, incalza prima di chiudere la sua analisi Daverio, ponendo l’accento sul fatto che “sia con una forma unica di lavoro, sia con molte forme, la fiducia degli investitori dipende dalla certezza del diritto, cioè dalla sicurezza che la forma contrattuale prescelta non sia inficiata da azioni legali, come invece oggi troppo spesso accade nella realtà”.

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